Permessi Legge 104: licenziato chi ne abusa riposandosi a casa

Abusare dei permessi della legge 104 per assistere la zia malata e poi starsene a casa tutto il giorno incrina il rapporto di fiducia tra lavoratore e datore.

Per la Cassazione n. 18411/2019 è legittimo il licenziamento del dipendente che per due giorni usufruisce dei permessi previsti dall’art. 33 comma 3 della legge 104/1992 e poi se ne resta a casa, invece di assistere la zia. Tale comportamento incrina irrimediabilmente la fiducia tra datore di lavoro e dipendente. La corte d’appello ha adeguatamente motivato la sentenza e ha valutato correttamente le prove stante la discrasia tra le dichiarazioni rese dal lavoratore in sede di audizione disciplinare e le risultanze della relazione investigativa prodotta dal datore di lavoro.

La vicenda processuale

La Corte di appello conferma la sentenza del Tribunale ritenendo legittimo il licenziamento per giusta causa intimato dalla società datrice al proprio dipendente per abuso dei permessi ex art. 33, comma 3, previsti dalla legge n. 104 del 1992. La Corte di appello ha ritenuto raggiunta la prova dell’abuso di due permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992. Dalla relazione dell’agenzia investigativa incaricata dalla società datrice, confermata in sede testimoniale è emerso infatti che il dipendente nelle giornate del 5 e 8 settembre 2015 non è mai entrato o uscito dalla propria abitazione dalle le 6.30 di mattino fino alle 21 di sera. In questi due giorni quindi il lavoratore non si è mai recato dalla zia per fornirle assistenza.

Condotta che, anche unitamente alle giustificazioni addotte dal dipendente, che riferiva una “regolare assistenza alla zia come era abitudine, ad eccezione di alcune ore della giornata” e alla prova del mancato avvistamento, da parte degli investigatori, presso l’abitazione della zia nelle due giornate di settembre 2015, giustificava il licenziamento “per il disvalore sociale ed etico della condotta e la compromissione irrimediabile del vincolo fiduciario.”

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