Mantenimento: l’ex può rifiutare lavori non pertinenti ai suoi studi?

La Cassazione, con la recente ordinanza n. 5932/21, ha sollevato una questione spesso analizzata dalla giurisprudenza, in merito all’assegno di mantenimento. Nello specifico ha risposto ad una domanda che viene posta di frequente: l’ex coniuge più debole economicamente, ha diritto all’assegno di mantenimento anche se rifiuta dei lavori perché non attinenti al suo percorso di studi?

Prima di tutto è necessario specificare che l’assegno di mantenimento spetta al coniuge più debole economicamente se dovesse risultare incapace di sostenersi autonomamente, per motivi legati all’età, allo stato di salute, o all’impossibilità oggettiva di trovare un lavoro. In sintesi, l’ex coniuge deve essere meritevole dell’assegno, e prima di godere di questo contributo deve quindi dimostrare di aver fatto il possibile per trovare una soluzione alternativa, come aver cercato lavoro senza risultato.

Infatti l’articolo 156 del Codice civile stabilisce che: «il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri».

Ma nel caso, ad esempio, di una ex moglie laureata, con un percorso formativo di un certo livello, che non vuole “accontentarsi” di un lavoro mediocre, non in linea con la sua formazione, cosa accade?

Il fatto che l’ex coniuge non abbia dei redditi propri, non vuol dire che debba affidarsi al sostegno economico versato dall’ex attraverso l’assegno, senza procedere alla ricerca dei mezzi adeguati per essere indipendente.

Secondo la Corte, tutti i lavori hanno la stessa dignità, e sono quindi tutti valutabili ai fini occupazionali. Non si può considerare svilente un lavoro manuale, ad esempio, rispetto ad un lavoro intellettuale, solo perché il soggetto in questione ha un titolo di studio alto.

Il divorzio recide ogni legame tra i coniugi, ed il coniuge più debole ha diritto all’assegno solo se non dovesse risultare in grado di sostenersi diversamente, e non per propria colpa.
Se infatti, in astratto, si tratta di una persona in grado di poter svolgere un lavoro che possa produrre un reddito adeguato, e se questa possibilità effettivamente sussiste, allora l’ex coniuge non può chiedere l’assegno.

Non esiste nessun diritto che permetta all’ex, quindi, di rifiutare un lavoro perché non affine alla sua laurea o al suo titolo di studio. A maggior ragione se consideriamo il fatto che l’assegno di mantenimento non ha lo scopo di garantire lo stesso tenore di vita che l’ex coniuge aveva durante il matrimonio, ma a permettergli di vivere dignitosamente non potendo sostenersi in altra maniera, nell’attesa che la situazione cambi per una sopraggiunta occupazione, che, di questi tempi, non è neanche facile da ottenere.

Per il calcolo dell’assegno di mantenimento, nei casi di contrasto finanziario tra i coniugi, l’intervento di una agenzia investigativa è spesso risolutivo, per scoprire ad esempio eventuali redditi occulti (lavori in nero) sia dell’ex coniuge che di eventuali figli conviventi maggiorenni, per accertare una nuova convivenza dell’ex coniuge a cui è destinato l’assegno, per avere un quadro esatto della situazione economica, dei redditi, delle proprietà e di altri benefici.

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Fonte: laleggepertutti.it

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