Con il Coronavirus aumenta anche la falsa malattia dei furbetti

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Riportiamo stralci di un articolo consultabile cliccando qui:

Dopo il caso del Cardarelli di Napoli, in parte (a quanto pare) ridimensionato, il 21 marzo è stata la volta di Crotone, dove il direttore generale della locale Asp, commentando a Sky Tg24 il dato dei 300 dipendenti in malattia, di cui 151 appartenenti al settore sanitario, ha affermato: “È una cosa indegna, bisogna intervenire. Con il dovuto rispetto per tutti coloro che legittimamente stanno usufruendo di un beneficio di legge, occorre tuttavia sottolineare l’anomalia del dato, stranamente coincidente con l’acuirsi dell’emergenza Coronavirus”. Considerazioni, comprensibilmente prudenti, che fanno eco a quelle del manager del Cardarelli, Giuseppe Longo, che comunicava di aver disposto l’avvio di un’indagine mirata ad analizzare ogni singolo caso di malattia e ad accertare “le irregolarità, ma anche a tutelare quanti sono legittimamente a casa per comprovate ragioni di salute”.

Stanare ma, soprattutto, punire i “malati immaginari” in Italia è un’impresa più che ardua. Sia nel settore pubblico, dove le vicende, soprattutto se macroscopiche, fanno più scalpore, sia in quello privato, dove di solito l’opinione pubblica si scandalizza meno (tanto a pagare è il datore di lavoro di turno).

Avvocati, consulenti del lavoro, responsabili del personale e persino i sindacalisti sanno bene come sia semplice approfittare di un certificato medico per poter fare i propri comodi e quanto gli strumenti legali di contrasto siano in concreto poco efficaci.

“Domani mi metto in malattia”. Quante volte avete sentito pronunciare questa frase? Come se la malattia si potesse prendere “alla bisogna”, per reagire ad un rimprovero sul posto di lavoro, per ostacolare una procedura di licenziamento che “è nell’aria”, per ripicca verso il rifiuto di concedere un permesso o le ferie nel periodo richiesto, ma anche perché è serata di Champions, perché quasi tutti i colleghi sono ai seggi e io non posso essere l’unico che lavora, per prolungare le ferie o il weekend e via dicendo.

Però questa volta è diverso. In un momento di grave emergenza come quello che il Paese sta vivendo, approfittare di un certificato “di comodo” per sottrarsi al proprio dovere costituisce non solo un reato ma un grave atto di irresponsabilità individuale e collettiva nonché come qualcuno (Giuliano Cazzola) scrisse qualche anno fa, il segnale evidente del “logoramento del tessuto sociale di una città in cui si è completamente smarrito… il senso del dovere”. Ma, voglio aggiungere, è anche, o forse soprattutto, un insulto a tutti quei medici ed infermieri che in tutta Italia lottano giorno dopo giorno in prima linea contro l’emergenza Covid-19.

Servono controlli immediati, ed occorre poi prevedere sanzioni certe e più severe per gli unici fatti accertabili nella loro oggettività, ossia le assenze ingiustificate alla visita di controllo e lo svolgimento di attività incompatibili con la malattia, scoperte mediante investigatore privato.

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