Body shaming: cos’è e come difendersi grazie alle indagini SOCMINT

La social media intelligence (SMI o SOCMINT) si riferisce agli strumenti e alle soluzioni che permettono di analizzare le informazioni prodotte e scambiate attraverso i social media. Questo tipo di raccolta di informazioni è un elemento dell’OSINT (Open Source Intelligence). Grazie alla Social Media Intelligence (SOCMINT) è possibile monitorare reti e canali social per identificare profili, relazioni e raccogliere elementi di prova dell’illecito in atto.

Nei casi di body shaming l’attività di SOCMINT è utile per la  ricerca, raccolta ed analisi di dati e di notizie  tratte da fonti aperte, ovvero liberamente disponibili, volte ad indentificare le offese o l’attribuzione di fatti non reali per mezzo del web alla vittima. Tutte le informazioni raccolte all’interno della rete, data la natura mutevole di questa, vengono cristallizzate nel tempo tramite software specifici che permettono di conservare l’informazione anche qualora venisse cancellata. Queste indagini vanno affiancate alle attività investigative “reali”, come il contro pedinamento della vittima per individuare i responsabili delle offese e provare la continuità e la gravità degli insulti a lei rivolti.

Si parla di body shaming quando una persona viene derisa e denigrata per via del suo aspetto fisico, sia sul web che nella realtà. Se ad esempio una persona troppo magra, o sovrappeso, o che ha un particolare colore di capelli, o una disabilità viene presa in giro proprio per questa sua peculiarità, si mette in atto una condotta riferibile a questo fenomeno.

Il body shaming può divenire reato, perché potrebbe integrare il reato di diffamazione come da articolo 595 del Codice penale (anche aggravata, se l’offesa è perpetrata sui social network) o per stalking, disciplinato dall’articolo 612-bis del Codice penale. Nei casi più gravi, può integrare un’ipotesi di istigazione o aiuto al suicidio che, ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, si verifica anche quando un soggetto, con il suo atteggiamento, induce altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di togliersi la vita.

Chi subisce questi attacchi deve quindi procurarsi le prove grazie agli investigatori privati, che potrà utilizzare in sede di giudizio, e denunciare.

In questo modo l’autore del body shaming sarà rinviato a giudizio e potrà dover risarcire in sede processuale gli eventuali danni procurati alla vittima.

Nei casi in cui il body shaming non dovesse integrare un reato è comunque possibile tutelarsi, sfruttando, ad esempio, gli strumenti legali contro il cyberbullismo (legge n. 71 del 29 maggio 2017).

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Fonte: studiocataldi.it

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