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I casi mediatici: perché ci piace parlare di morte?

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Poco tempo fa, a Macerata, una giovane donna è stata uccisa e fatta a pezzi e messa in una valigia.

Da quel giorno, i media non hanno fatto che parlarne, sviscerandone ogni dettaglio, girando intorno ad ogni pezzo di informazione reperibile. Da quel giorno escono decine di articoli e servizi sul terribile omicidio della giovane donna. E così per il caso della giovane uccisa per aver rifiutato le avances di un uomo. Da quel giorno, il Paese si chiede cosa sia successo, vuole saperne di più, ogni dettaglio.

Era successo con l’omicidio di Yara, col caso di Sarah Scazzi.

Ci piace parlare di morte. Le notizie di questo tipo hanno la maggiore risonanza mediatica, perché sono quelle che vendono di più.

Da un punto di vista psicologico è interessante che notizie come queste siano quelle che il pubblico segue con un maggiore, quasi morboso, interesse. Uno studio di Fremont, Pataki e Beresin del 2005 ha, infatti, evidenziato come l’esposizione remota ai fatti negativi che avvengono nel mondo renda sia i bambini sia gli adulti più a rischio di sviluppare forme di psicopatologia.

Cosa succede durante la visione di notizie negative?

Durante la visione di notizie negative, Soroka e McAdams, in uno studio del 2012, hanno scoperto che il battito cardiaco e la conduttività cutanea aumentano, indicando una maggiore attivazione dell’attenzione dell’individuo. Ciò significa che, inconsciamente, le persone sono portate a prestare maggiore attenzione alle notizie negative rispetto a quelle positive. Ai partecipanti è stato inoltre chiesto di selezionare le notizie da visionare, prima di iniziare l’esperimento; è emerso che i partecipanti avevano una marcata preferenza per le storie negative.Tuttavia, quando è stato chiesto esplicitamente ai partecipanti della ricerca che tipo di notizie avrebbero preferito vedere più spesso, hanno paradossalmente risposto che avrebbero preferito vedere più notizie positive.

Come risolvere questo paradosso?

La risposta è “bias della negatività”. Diversi studi (Soroka & McAdams, 2012; Trussler & Soroka, 2013) hanno evidenziato le preferenze inconsce delle persone nei confronti delle notizie negative, e il bias della negatività ci spiega perché: siamo biologicamente programmati per focalizzare al massimo la nostra attenzione sulle caratteristiche più potenzialmente pericolose e negative di una situazione.

Insomma, gli esseri umani sono programmati per concentrarsi su ciò che può essere dannoso per loro. Tuttavia, foto e immagini ed eventi di vita quotidiana non sono, di per sé, pericolosi. Allora perché il bias della negatività ha effetto anche in queste circostanze?

Il fatto è che l’evoluzione biologica e l’evoluzione culturale non vanno di pari passo. La società e la tecnologia si sono evolute molto più in fretta di quanto abbia fatto il nostro cervello; di conseguenza, fra l’immagine di un incidente e la presenza di un leone in carne ed ossa non ci sono, per il nostro cervello, grosse differenze.

Nello specifico, i centri deputati alle risposte emotive (il sistema limbico) non hanno subito modifiche negli ultimi 50.000 anni (Zillmann& Zillmann, 1996). Allo stesso tempo, gli stimoli negativi che al giorno d’oggi riceviamo non sono necessariamente nelle immediate vicinanze, come nel caso di telegiornali o delle notizie che leggiamo, e quindi non costituiscono un pericolo.

Il problema che emerge da questa situazione, però, è che tendiamo a sopravvalutare la quantità di negatività e di pericoli presenti nel mondo, proprio perché sono più salienti.

Inoltre, essendo così salienti e stimolando in questo modo la curiosità del pubblico, i mass media riportano in numero molto maggiore le notizie negative rispetto alle notizie positive.

Si forma, dunque, un circolo vizioso che è psicopatogeno, perché – anche se non c’è pericolo immediato – il nostro cervello reagisce come se il pericolo ci fosse, e ciò produce un forte stress fisiologico negli individui esposti a questo tipo di notizie, che sono ulteriormente sovra-prodotte dai media.

Inoltre, alle persone piace mantenere un’illusione di controllo, e la raccolta di informazioni, anche e soprattutto quelle più scabrose e raccapriccianti, aiuta a mantenerla: sapere come un serial killer uccide le proprie vittime non modifica le probabilità di essere uccisi da quello stesso serial killer, eppure le persone si sentono più sicure ugualmente, come se i dettagli ci potessero aiutare a capire come e perché accadono cose incomprensibili, nel mondo, e questo bastasse a quietare un poco le nostre paure.

Conclusioni

Sembra, insomma, che il desiderio e la curiosità per le notizie più truci sia congenito nell’essere umano, e che ciò ci porti a sopravvalutare la negatività che ci circonda; in cambio, le agenzie di informazione giocano su questo bisogno umano e sovra-riportano le notizie negative rispetto a quelle positive.

La cattiva notizia è che questo circolo vizioso, come detto, aumenta lo stress e, di conseguenza, il rischio psicopatologico.

La buona notizia è che il mondo non è cattivo come sembra: siamo semplicemente programmati a vederlo così.

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